LA MIA ESPERIENZA

(tratto da “Signore indicami la strada”, pag. 69-81)

Camminavo per la strada con la morte nel cuore e gli occhi pieni di lacrime. Mi chiedevo che razza di vita fosse quella che conducevo: mi alzavo presto tutte le mattine, mangiavo di corsa un abbozzo di colazione, correvo al lavoro, il pomeriggio tornavo a casa stanco… e poi?  Era tutta qui la vita? Avevo una cara moglie che mi voleva bene, un maschietto nato da poco, una casa accogliente, un lavoro sicuro, eppure tutto questo non mi bastava. Non cercavo ricchezze o macchine di lusso o altre cose del genere. Io cercavo la mia origine, il mio Creatore, per conoscere lo scopo e il senso della mia vita. Ma non sapevo né come né dove trovarlo. In me c’era un abisso profondo e vuoto che doveva essere colmato, ma non sapevo con che cosa.

Quel pomeriggio avevo visto un film di fantascienza che mi aveva notevolmente colpito. Parlava di un uomo che, mentre si trovava in barca, sul mare, era finito dentro una nebbia radioattiva, frutto di un esperimento atomico, e ne era stato contaminato. All’inizio, a parte qualche malessere passeggero, sembrava che la nebbia non avesse lasciato su di lui alcuna conseguenza ma, con il passare dei giorni, si accorse che stava diminuendo di statura e che i vestiti gli andavano sempre più larghi. Con il tempo, divenne talmente piccolo che una mosca, a suo confronto, era un mostro gigantesco. Particolarmente drammatica fu la scena in cui si dovette difendere da un ragno che lo voleva divorare. Il protagonista si difese, battendosi con tutte le sue forze, con un ago che aveva trovato sul tavolo della sua casa e che, tanto erano minuscole le sue dimensioni, nelle sue mani sembrava una lunga lancia. Era diventato così piccolo che dei minuscoli fili d’erba gli apparivano come alberi giganteschi e una goccia di rugiada una montagna liquida. Il film terminava chiedendosi se quell’uomo sarebbe riuscito a sopravvivere agli attacchi spietati della natura o se, rimpiccolendo sempre più, si sarebbe perduto in un atomo per poi scomparire per sempre.

Ecco, io mi sentivo come quell’uomo, in un mondo a me sempre più estraneo e pieno di pericoli. Come quell’uomo scompariva inghiottito dal nulla, anch’io, un giorno, sarei scomparso inghiottito dalla morte. Che senso aveva, mi chiedevo, venire al mondo, che senso aveva la vita se poi la fine di tutto era la morte. Che Dio esisteva ne ero certo. Non perché avessi fatto una esperienza personale con lui, ma per logica. Un mondo così vivo, così complesso, così vario, non poteva essersi formato da solo o per caso. Dietro ogni cosa creata si vedeva la presenza di un’intelligenza superiore che l’aveva progettata e fatta così come la vediamo. Basta pensare all’occhio: le sue vene sono fatte a molla in modo che non si spezzino quando lo muoviamo nelle varie direzioni. Ma avevo la sensazione che Dio, dopo averci creato, ci avesse abbandonati su questo pianeta, infischiandosi di noi. Possibile che fosse così crudele?

Ricordo che un giorno, la mattina molto presto, mentre passeggiavo in un prato, assorto nei miei pensieri, esasperato afferrai dei sassi e li tirai verso il cielo gridando a Dio:

“Perché non mi rispondi, perché non mi ascolti… che cosa ti ho fatto che mi ignori?”

Avrei voluto incontrarmi con lui, fargli mille domande, chiedere il suo aiuto. Non sapevo che Dio mi amava, che aveva ascoltato da tempo le mie preghiere e che aspettava solo che gli dessi l’opportunità di aiutarmi. Sia chiaro, non ero un ateo disperato alla ricerca di una ragione superiore di vita. Ero un cristiano che conosceva molto bene la Bibbia, che frequentava la chiesa, che partecipava alle varie attività ecclesiali ecc. ecc. Ma proprio perché conoscevo la Bibbia ero perfettamente cosciente del mio stato spirituale e dei miei peccati, contro i quali lottavo inutilmente da vent’anni con tutte le mie forze. Il peccato, qualunque peccato, piccolo o grande che sia ai nostri occhi, per il Signore è grave e ci esclude dalla vita di Dio.   Io avevo i miei peccati e lo sapevo. Tra l’altro, a quel tempo ero un uomo nervoso, aggressivo, spesso inquieto. Aggredivo la vita e, a volte, con le parole e il tono della voce, le persone.

Ricordate il film Star Trek, il primo episodio? Raccontava di una immensa nube che, vagando nello spazio, distruggeva qualunque pianeta o stella incontrasse sul suo cammino. Poiché si stava dirigendo verso la terra, le fu inviata incontro la nave stellare Enterprise allo scopo di  intercettarla e scoprire il modo di arrestarne l’avanzata. Durante la missione, l’equipaggio dell’astronave scoprì, nel cuore della nube il satellite Voyager che, lanciato secoli prima dalla terra, dopo aver vagato nello spazio, ritornava a casa. Si accorsero anche che dal satellite partiva un segnale contenente un messaggio in un antico codice terrestre, che diceva:

“Sei tu il mio creatore? Se sei il mio creatore fatti riconoscere completando la sequenza che ora ti darò.”

Quando il Voyager incontrava un corpo celeste o un’astronave, trasmetteva questo messaggio e, se non riceveva risposta, distruggeva ciò che aveva di fronte. Nel film, ad un certo punto, si vede materializzarsi sull’astronave il clone di una giovane e bella ragazza che era morta durante la missione. Per mezzo di questo clone, il Voyager comunicava con l’equipaggio dell’Enterprise. Guidati dalla donna, giunsero al centro della nube dove c’era la parte fisica del satellite. Lì giunti, gli uomini dell’Enterprise, digitata, su una tastiera del satellite la sequenza richiesta, si rivelarono come i suoi creatori. La donna, che era un’emanazione del Voyager, chiese di fondersi con il suo creatore. L’eroe del film, avvicinatosi al clone, si fuse con lei in una miriade di luci fantastiche dando origine ad una nuova stirpe stellare. Incontrato il suo creatore, il Voyager si senti appagato. Quindi si allontanò nello spazio, permettendo agli altri membri dell’equipaggio di tornare sulla terra.

Perché vi ho raccontato questa storia? Perché è la parabola della nostra vita. L’uomo senza Dio impazzisce, diventa violento, schiavo dei suoi istinti e lascia vittime, spesso  innocenti, sul suo cammino. La soluzione è trovare Dio e “fondersi” con lui, cioè fare con lui un’esperienza personale capace di cambiare la nostra esistenza.

Io mi sentivo come il Voyager. Cercavo Dio, disperatamente,  senza riuscire a trovarlo e, nella mia inquietudine, seminavo i frutti dei miei istinti aggressivi. Un giorno, mentre leggevo la Bibbia, mi sono imbattuto in un brano degli Atti degli apostoli che mi ha colpito profondamente:

“Un giorno, mentre erano a tavola, Gesù fece loro questa raccomandazione: ‘Non allontanatevi da Gerusalemme, ma aspettate il dono che il Padre ha promesso e del quale vi ho parlato. Giovanni, infatti, ha battezzato con acqua; voi, invece, tra pochi giorni sarete battezzati con lo Spirito Santo’. Allora quelli che si trovavano con Gesù gli domandarono: ‘Signore, è questo il momento nel quale tu devi ristabilire il regno di Israele?’ Gesù rispose: ‘Non spetta a voi sapere quando esattamente ciò accadrà; solo il Padre può deciderlo. Ma riceverete su voi la forza dello Spirito Santo che sta per scendere. Allora diventerete miei testimoni in Gerusalemme, in tutta la regione della Giudea e della Samaria e in tutto il mondo’. Detto questo, Gesù cominciò a salire in alto, mentre gli apostoli stavano a guardare. Poi venne una nube, ed essi non lo videro più.” (At. 2:4-9)

Mi chiedevo perché mai Gesù avesse dato ai suoi discepoli un ordine così perentorio. Perché aveva ordinato loro di non fare nulla se prima non avessero ricevuto il battesimo nello Spirito Santo? Andando avanti nella lettura, giunsi al capitolo in cui si narra della discesa dello Spirito di Dio sugli apostoli e sui discepoli di Gesù riuniti nella camera alta:

“Quando venne il giorno della Pentecoste, i credenti erano riuniti tutti insieme nello stesso luogo. All’improvviso si sentì un rumore in cielo, come quando tira un forte vento, e riempì tutta la casa dove si trovavano. Allora videro qualcosa di simile a lingue di fuoco che si separavano e che si posavano sopra cia­scuno di loro. Tutti furono riempiti di Spirito Santo e si misero a parlare in altre lingue.” (At. 2:1-4)

La cosa che mi colpì è che quegli stessi uomini, che al momento dell’arresto di Gesù si erano dati tutti alla fuga mostrandosi timorosi di fronte alla prova, dopo la Pentecoste erano animati da una forza superiore che aveva spazzato via ogni timidezza e paura. Lo stesso Pietro, che aveva rinnegato Gesù negando di essere suo discepolo, lo vediamo, poi, predicare con grande coraggio che quel Gesù, che i capi del popolo avevano consegnato ai romani perché fosse ucciso, era il Messia annunciato dai profeti e che era risuscitato dalla morte. I discepoli, dopo la discesa dello Spirito Santo, erano completamente cambiati. Erano rivestiti di una potenza che aveva cambiato il loro cuore, il loro modo di concepire l’esistenza, erano uomini nuovi. Non che prima non fossero convertiti. Gesù stesso, infatti, dice:

“Non temere, piccolo gregge, perché il Padre vostro ha voluto darvi il regno.” (Lc. 12:32)

Come avrebbe potuto dire una cosa simile se i discepoli non fossero stati convertiti? Tuttavia erano diversi da prima. Era come se Gesù fosse venuto ad abitare in loro, conferendo ad ogni suo seguace un amore nuovo, una libertà d’animo nuova e un nuovo coraggio. Lo stesso rapporto con Dio era diverso, più intimo. I discepoli, inoltre, nel nome di Gesù, erano in grado di guarire i malati, di cacciare i demoni, di ridare la vista ai ciechi e, soprattutto, di far giungere il messaggio di Cristo al cuore delle persone che li ascoltavano. Le persone a cui predicavano il vangelo erano uomini e donne comuni, con i propri difetti, i propri peccati, i propri problemi; gente per la quale Dio non era una realtà vivente, ma una tradizione religiosa. Eppure, molti di loro venivano toccati nel profondo del cuore dal messaggio cristiano, accettavano Gesù, si facevano battezzate nel suo nome e, una volta ricevuto lo Spirito Santo, sperimentavano una profonda trasformazione interiore. La vita di prima, con i suoi peccati, i sensi di colpa, i fallimenti, scompariva per lasciare il posto ad una vita nuova, ad una nuova nascita.

Ebbene, era proprio quella nuova nascita che volevo. Volevo il cuore nuovo promesso da Dio nella Bibbia. Ma non sapevo come fare. Nella mia chiesa mi era stato sempre insegnato che il battesimo nello Spirito Santo non ci riguardava: era stato dato ai primi discepoli perché iniziassero l’opera di Dio nel mondo e, dato che quell’opera era ben avviata, noi non ne avevamo più bisogno. Allora, mi chiedevo,  chi avrebbe risolto i miei problemi? Pregavo Dio con fervore ma ero perfettamente cosciente che le mie preghiere non andavano oltre il soffitto della mia stanza.

Fu così che decisi di intraprendere la via dello yoga. Pensavo che quelle antiche tecniche orientali avrebbero potuto farmi trovare la strada che portava a Dio. Un’illusione, questa, suscitata anche dalla parola yoga che in sanscrito significa “unione con Dio.” Purtroppo non sapevo che l’Iddio della Bibbia non aveva nulla, ma proprio nulla, a che fare con il dio dello yoga.

Praticai quella dura disciplina per ben dieci anni. Mi sottomisi a digiuni, a varie tecniche di meditazioni e di respirazione, allo scopo di avanzare lungo la strada della conoscenza interiore. Tuttavia in me non cambiava nulla. A chi mi guardava dall’esterno apparivo calmo, distaccato, al di sopra delle umane miserie. Se qualcuno, però, avesse potuto vedere il vulcano che c’era nel mio cuore si sarebbe spaventato. Praticavo con tutte le mie forze l’autodominio, ma in me c’era una tale aggressività che avrei potuto uccidere un cane con un solo pugno.

Dopo alcuni anni di pratica yoga, cominciarono ad accadere dei fatti strani e inspiegabili. Capitava, ad esempio, che se infilando la mano nella tasca del soprabito mi mettevo a giocarellare con la chiave di casa, poco dopo, quella chiave la trovavo avvitata su se stessa. Non ero stato io a ridurla in quello stato, ma una forza che agiva a prescindere dalla mia volontà. Mi capitava di scorgere con la coda dell’occhio ombre di animali o di persone che mi passavano accanto, ma quando mi voltavo per vedere chi fossero, non c’era nessuno. Poi una sera accadde un fatto spaventoso che mi turbò profondamente. Il giorno dopo volli incontrare il mio maestro di yoga al quale raccontai quanto mi stava capitando e le mie preoccupazioni.

“Non ti preoccupare,” – mi disse – “non avere paura. Quello che mi racconti è molto buono. Vuol dire che stai avanzando nello yoga e che si sta svegliando il terzo occhio(1). Insisti nella pratica dello yoga e non ti spaventare.”

Così rassicurato, continuai a frequentare le lezioni del mio maestro. Tuttavia mi accorgevo che le cose non andavano affatto bene nella mia  vita; anzi, andavano malissimo. Spesso, quando assumevo una particolare   asana(2) e facevo scendere il silenzio nella mia mente, pregavo Gesù e lo imploravo di venire a vivere nel mio cuore. Forse è stato per questa mia sincerità che il Signore ha avuto pietà di me. Fatto sta che il decimo anno, ogni volta che entravo nella sala dello yoga, venivo preso da un insopportabile mal di testa che mi costringeva a interrompere la lezione e ad andarmene via. Cosa che facevo con molto piacere, tanto più che mi ero stancato di praticare una disciplina che non era stata in grado di darmi quella pace, quella serenità e quel carattere equilibrato che prometteva.

Fu così che cominciai a disertare le lezioni. Un giorno, un mio ex compagno di palestra mi contattò per sapere se ero disposto ad insegnare yoga presso il circolo ricreativo del Ministero degli Interni. Dato che c’era la possibilità di guadagnare qualche soldo, accettai volentieri. Ben presto si formò un gruppo di circa dieci persone che seguiva con soddisfazione le mie lezioni. La cosa andò avanti alcuni mesi. Poi, un giorno, era primavera inoltrata, cominciai a pensare seriamente ai miei allievi (forse dovrei dire discepoli), alle loro aspettative, alla loro sete di innalzamento spirituale, all’impegno che mettevano nel praticare una disciplina che non poteva dare loro assolutamente nulla di quanto speravano. Fui preso da un forte senso di colpa: io li stavo ingannando.

Il giorno della lezione, quando tutti erano riuniti, dissi loro con pacatezza, ma con tono deciso, che lo yoga era tutto un inganno, che non poteva dare loro nulla, che stavano buttando i loro soldi, che non avevo alcuna intenzione di prenderli in giro e che da quel preciso momento smettevo di insegnare yoga.

Molti cercarono di farmi cambiare idea ma inutilmente. Lasciato lo yoga, cominciai a frequentare una palestra di body building e a mangiare, oltre alle verdure, anche la carne e il pesce, cibi non permessi dallo stretto regime vegetariano orientale. Il cambiamento mi fece bene al corpo e, dopo vari mesi di allenamento, da magro (per non dire scheletrico) che ero, divenni un giovane uomo robusto e muscoloso. Stavo bene, mi sentivo forte e in salute ma i miei problemi spirituali erano sempre lì. Un giorno, stanco di non vedere nessuna risposta alle mie preghiere, mi sono rivolto al Signore e gli ho detto:

“Signore, sono anni che ti cerco e non ti trovo. Non ce la faccio più. Se ti interesso, io sono qui. Se esisti, cercami tu.”

Forse era proprio questo che Dio aspettava. Forse aspettava che  smettessi di agitarmi e di cercare con le mie forze una soluzione ai problemi che mi assillavano.

Venni a sapere che ad Ostia alcuni membri della mia chiesa stavano pregando per ricevere il battesimo nello Spirito Santo. La cosa mi sorprese non poco, visti i pregiudizi sull’argomento. Tuttavia, dal momento che le avevo provate tutte, mi sarebbe piaciuto saperne di più. Chiesi chi fossero queste persone, ma nessuno mi volle dire   nulla. Tutti si tenevano sul vago mostrando un mal celato imbarazzo alle mie domande. Un giorno, Giuseppe, il fratello di mio cognato, mi invitò a casa sua. Ci dovevamo incontrare per discutere i progetti e i programmi radio della chiesa. Mentre si affrontavano i vari argomenti all’ordine del giorno, un uomo alto quanto me, ma molto più robusto, venne a sedersi sul bracciolo della mia poltrona. Era Marco, il fratello di un mio compagno di infanzia, ed abitava proprio ad    Ostia. Terminata la riunione mi avvicinai e gli dissi:

“Marco, ho sentito dire che ad Ostia ci sono dei membri della nostra chiesa che stanno pregando per ricevere lo Spirito Santo. Tu sai chi sono? Io… vorrei incontrarli per saperne di più… Tu ne sai niente?”

Per tutta risposta, cominciò a raccontarmi quello che Gesù aveva fatto per lui, come lo aveva trasformato, come era cambiata la sua vita, il suo carattere, le sue motivazioni, come Gesù lo avesse perdonato, purificato e liberato dai suoi peccati, che erano scomparsi non appena lo Spirito di Dio era sceso in lui. Mentre mi raccontava la sua esperienza, notai delle lacrime scendergli dagli occhi. Anch’io ero commosso, ma anche pieno di speranza: se quest’uomo diceva la verità, allora aveva trovato quello che cercavo da tanti anni.

“Un momento!” – lo interruppi – “Se quello che dici è vero, se è proprio vero… la cosa mi interessa. Quello che hai ricevuto tu lo voglio anch’io! Che cosa devo fare?”

“Roberto,” – mi disse – “vai in preghiera ai piedi della croce di Gesù, confessagli i tuoi peccati, chiedigli di perdonarti e di darti lo Spirito Santo. Vedrai che ti risponderà.”

“Sono anni che chiedo al Signore di cambiare questo mio orrendo carattere. Se non cambio, prima o poi mia moglie mi lascerà… ed io non voglio… l’amo con tutto il cuore… ma sono così pieno di rabbia, così aggressivo…   E poi dentro mi sento così sporco. Proprio non so più che cosa fare.”

“Aspetta qui un istante.”

Detto fatto, si allontanò per tornare poco dopo con delle audiocassette.

“Giuseppe mi ha detto che parli il francese come l’italiano. Allora ascolta queste tre cassette. Sono state incise da Charles Gross, un fedele uomo di Dio. Vedrai, troverai le risposte a molte tue domande.”

Alcuni giorni dopo, mentre i miei figli giocavano tranquilli, ascoltai la prima delle tre cassette. Era una bella meditazione: parlava di Gesù, del suo amore per noi peccatori, dello Spirito Santo come terza persona della famiglia divina, cose che, comunque, conoscevo a memoria. Ad un tratto cominciò a parlare del battesimo nello Spirito Santo, delle sue conseguenze, dei doni dello Spirito. Mi feci subito attento. Nel suo discorso raccontava di uomini e donne immersi nei propri peccati che erano stati liberati e interamente trasformati dallo Spirito di Dio, di persone che vivevano nell’immoralità e che erano diventate pure e fedeli, ladri che erano diventati onesti, bestemmiatori che ora benedicevano il nome di Dio, di famiglie distrutte che erano state riedificate dalla potenza dello Spirito Santo, di malati che   erano stati guariti nel nome di Gesù, di ragazzi schiavi dell’eroina che lo Spirito di Dio aveva liberato dal loro vizio e che adesso servivano il Signore.

Nell’udire quelle testimonianze caddi in ginocchio e tra le lacrime gridai a Dio:

“Signore cambia anche me. Guardami, sono qui!”

Cominciai a frequentare le riunioni di preghiera a casa di Marco e, un giorno, mentre si invocava lo Spirito Santo, sentii la potenza di Dio scendere su di me. Devo dire che in questa vicenda mi furono di grande aiuto le preghiere di Marco e dei suoi cari, oltre all’intercessione di Emanuele, un credente di Milano di passaggio a Roma, e della sua famiglia. All’inizio fu come una leggera corrente elettrica che, partendo dai piedi, saliva lungo il mio corpo fino al cuore, al volto, lungo le braccia fino alle mani,  per poi trasformarsi in un crescente calore. Ad un tratto mi sentii immergere in un fiume caldo. Fu una cosa meravigliosa. All’improvviso, non potendo esprimere l’estasi della mia gioia con parole umane, mi udii parlare in una lingua sconosciuta (At. 2:4).  Mentre lodavo il nome di Dio ho avuto la visione del ritorno di Gesù: il cielo era pieno di angeli dalle candide ali che guidavano i carri del cielo. Era una visione solenne e maestosa.

I credenti che stavano intorno a me esultavano dalla gioia perché il Signore aveva battezzato nel suo Spirito sia me che mia moglie. È impossibile descrivere la nostra felicità. Tuttavia ciò che convinse mio padre, mia madre, i miei familiari che Dio mi aveva visitato, fu la radicale trasformazione del mio carattere, del mio modo di parlare, dei miei interessi, dei miei gusti, delle mie motivazioni. Ciò che li convinse furono i frutti che si videro nella mia vita in seguito a quella esperienza.

Era bello scoprire che l’Iddio della Bibbia era un Dio vivente: se prima le mie preghiere non andavano oltre il soffitto della mia camera, ora giungevano fino al trono di Dio. Era sorprendente vedere le preghiere esaudite, sperimentare il grande amore del Signore e la sua paterna sollecitudine, scoprire l’amore fraterno di Gesù e l’amore materno dello Spirito Santo. E quei peccati che mi trascinavo dietro da anni erano svaniti, scomparsi. Ero libero, veramente libero.

Non che io sia diventato perfetto o che non abbia più commesso errori. Sono sempre un uomo bisognoso della grazia e della misericordia di Dio; ma il peccato ora non mi domina più, non regna più nella mia vita, chi regna ora è Cristo. Il peccato, da quel giorno non è più stato una forza irresistibile, ma un nemico vinto da Gesù. Se oggi mi capita di sbagliare è solo per un incidente di percorso, uno scivolone su una buccia di banana. Però il Signore mi è vicino, se sto per cadere mi afferra con la sua mano per impedire che mi faccia troppo male, per rimettermi in piedi, per farmi continuare il cammino:

“Chi è diventato figlio di Dio non vive più nel peccato perché ha ricevuto la vita di Dio. Non può persistere nel peccato perché ha ricevuto il seme di Dio in lui. Non può rimanere nel peccato perché è diventato figlio di Dio.” (1 Gv. 3:9)

“Il giusto cade sette volte e sette volte si rialza.” (Pr. 24:6 p.p.)

Non sono perfetto, ma, guidato da Dio, cammino nella giusta direzione guardando al modello supremo di Gesù. Sebbene siano trascorsi tanti anni, il mio cuore è pieno di gratitudine per quello che Gesù ha fatto per me.

Leggendo il vangelo mi sono accorto che Gesù, quando stava sulla terra, non ha mai battezzato nessuno, ed io mi chiedevo perché:

“Quando Gesù ebbe saputo che i farisei avevano sentito dire che battezzava e faceva più discepoli di Giovanni, (non era però Gesù che battezzava, erano i suoi discepoli) lasciò la Giudea e se ne andò di nuovo in Galilea.” (Gv. 4:1-3)

Oggi, so che Gesù non ha mai battezzato nessuno nell’acqua, perché lui doveva essere il dispensatore di un battesimo superiore. Gesù non è stato chiamato ad immergere nell’acqua, ma nello Spirito Santo quelli che credono in lui. Con questo battesimo il nostro stesso corpo diventa il tempio dello Spirito Santo:

“Voi siete il tempio dello Spirito Santo. Dio ve lo ha dato ed egli è in voi. Quindi  non  appartenete più a voi  stessi.”(1 Co. 6:9)

Quando Gesù mi ha immerso nel suo Spirito ho vissuto in prima persona quello che dice il Salmo 40:1-3:

“Ho continuato a sperare nell’Eterno, ed egli si è chinato verso di me ed ha ascoltato il mio grido. Mi ha tirato fuori da una fossa di perdizione, dal pantano fangoso; ha fatto posare i miei piedi sulla roccia e ha reso sicuri i miei passi. Ha messo nella mia bocca un nuovo canto, un canto di lode al nostro Dio.”

Sono ormai molti anni che cammino con Gesù e, malgrado le difficoltà della vita e gli scoraggiamenti, mi è sempre vicino per consolarmi, per aiutarmi, per guidare i miei passi. Gesù è il mio migliore amico e non si vergogna di vivere in me.

Cercate il Signore, cercatelo con tutte le vostre forze ed egli si farà trovare:

“Poiché io so i pensieri che medito per voi, dice l’Eterno; pensieri di pace e non di male, per darvi un avvenire e una speranza. Voi m’invocherete, verrete a pregarmi ed io vi esaudirò. Voi mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore; ed io mi lascerò trovare da voi, dice il Signore…” (Gr. 29:11-14 pp.)

Se darete ascolto alle parole di Dio, se andrete a lui con cuore sincero, vi accoglierà come un padre accoglie un figlio che torna a casa, e non vi deluderà mai.

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1) Lo yoga insegna che nel nostro corpo ci sono dei punti assopiti di energia, chiamati chakras, disposti lungo la spina dorsale, che partendo dal coccige, sede della Kundalini simboleggiata da un serpente, giungono fino alla ghiandola pineale identificata con l’Ajna Chakra, il terzo occhio. Lo scopo dello yoga è quello di risvegliare questi vortici di energia che conferirebbero, a chi li ha attivati, dei poteri soprannaturali. 

2) Le asanas sono le varie posture dello yoga.

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